A rischio di impermeabilità reciproca

Se dovessi trovare un’immagine, una fotografia, la politica sarebbe un viaggio nel mondo, una stazione, un aeroporto, un luogo di gente diversa che viene e va, che aspetta, che legge, che si relaziona. Trovo spesso, sui treni in particolare, sconosciute/i con cui dialogare, persone da osservare, mi capita di immaginare la loro storia, il motivo del loro viaggio, del loro sorriso, del loro sguardo spento, del loro pesantissimo sonno, dello strano odore che avverto. Viaggio per far politica e faccio politica per viaggiare, per conoscere, per curiosare. Proverò a partire da me, dal mio viaggio nelle diverse esperienze che la politica mi ha fatto attraversare, dal femminismo che mi ha condotto alla politica, alla crisi della politica che racconta la crisi della nostra società.

Dieci anni fa facevo politica inconsapevolmente, prima nei movimenti, poi via via verso un’organizzazione che si approssimava ad un partito. Ho iniziato dal femminismo e sono arrivata alla sinistra pensando di mischiare sfumature, colori, punti di vista, di aver acquisito un approccio ed una consapevolezza dell’importanza per me di mantenere una relazione tra donne come punto fermo nel caos della quotidianità delle esperienze politiche che mettevo insieme.

Ho scoperto, mio malgrado, che ciò era insufficiente a evitare che quello che intorno cambiava troppo velocemente, incidesse sulla nostra capacità di mantenere le radici salde nel terreno comune, nel luogo madre da cui le nostre pratiche avevano preso vita, nel femminismo che ci aveva liberato.

Oggi, nonostante la frammentazione del mondo del lavoro, la competizione che il modello neoliberista ha scaricato sulle nostre vite e sulle relazioni, l’impoverimento dei più e l’arricchimento dei pochi, la crisi della democrazia abbiano approfondito la faglia, abbiano reso più deboli tutte noi, abbiano spezzato legami e storie, anche del movimento femminista, abbiamo dato vita alla manifestazione più grande e ricca degli ultimi anni. Il 26 novembre. Scoprendo un muro di gomma, scoprendo l’impermeabilità della scena pubblica percepita e raccontata, ritrovando l’ostilità e la compattezza del patriarcato, che ancora governa e attraversa la sua crisi alzando muri. Quelli fisici che stanno, per esempio, rendendo la nostra Europa un fortino, quelli immateriali di chi si difende nell’autoreferenzialità. La negazione della politica. Eppure, ad oggi ho l’impressione nefasta che quella mobilitazione non sia sufficiente a farci ritrovare la forza del noi. Nei luoghi che frequentiamo tutti i giorni non vive quella ricchezza, le mille sfumature che esistevano in quella piazza e convivevano dipingendo una straordinaria forza. Non vive la sorellanza che evochiamo. La competizione, la diffidenza, la frammentazione che hanno messo a dura prova la storia comune da cui proveniamo, quel patto siglato con la Costituzione dalle madri costituenti e poi dalle cittadine, finalmente intere, di questo paese sono dentro di noi, permeano i processi di soggettivazione di questa società, vivono momenti che stentano a trasformarsi in processi. Abbiamo colto un buon momento. Il referendum costituzionale, al di là degli schieramenti, è stato un momento di mobilitazione e partecipazione straordinaria delle donne e in generale dei soggetti tradizionalmente esclusi dalla scena. Si può guardare a ciò che ci ha diviso, il sì o il no, la valutazione su un governo e le sue politiche, ma non si può evitare di nominare ciò che ci ha unito, l’idea che in qualche modo le forme del nostro stare insieme e il potere, come verbo e non come sostantivo, necessitino di strumenti che oggi non ci sono, che chi ha a cuore la politica deve sforzarsi di immaginare e costruire. Perché nulla è immutabile e nemmeno il patriarcato lo è. Il mio “no” non era contro chi votava “sì” perché voleva cambiare, il mio no era contrario a un cambiamento neutro. O peggio subdolo. Come subdolo è sempre l’attacco alle nostre libertà. Su questo terreno la manifestazione “non una di meno” ha messo insieme, ha smosso, ha spiazzato. Del resto gli appuntamenti elettorali dei prossimi mesi (referendum sui voucher, le elezioni politiche) se da un lato potrebbero costituire altri terreni di mobilitazione su cui rafforzare la presenza dei soggetti non previsti – donne, giovani, immigrati di prima e seconda generazione – dall’altro corrono il rischio di un racconto normalizzante e conservatore che è trasversale e non mette nessuno al riparo. Per intenderci, se nella piazza abbiamo ritrovato un noi bello e colorato, capace di creare un immaginario largo e condiviso, fatto di conquiste che vengono da lontano ma anche di nuove rivendicazioni e da quel grande e pieno “basta” che abbiamo scandito, perché non riusciamo a far vivere quel basta dentro tutti i luoghi che attraversiamo? Basta con la violenza, basta con il femminicidio, basta con le false soluzioni di una politica istituzionale che soluzioni non vede, basta con gli attacchi a Laura Boldrini, a Virginia Raggi ma anche a Maria Elena Boschi. È mancata la presa di parola femminista su questo, ma è anche mancata la loro presenza in quella piazza. Chiediamoci il perchè e lavoriamo su questo, perché risolvere questo gap significa anche fare i conti con la crisi della politica. Significa far vivere l’idea che l’appartenenza ad altri luoghi, come è per me un partito della sinistra, non prevalga sul senso del mio agire femminista. Boldrini, Boschi e Raggi sono ognuna a suo modo una faccia della crisi della politica e delle istituzioni che non accolgono, non prevedono, non valorizzano la loro differenza e il loro essere donne. E purtroppo non lo fanno abbastanza nemmeno loro stesse, che non sembrano avere una relazione con il “fuori”, di sicuro non la raccontano.

Dall’altra parte c’è Ylenia, la ragazza di Messina che non vuole denunciare il suo carnefice, la sconsiderata domanda di Barbara D’Urso, ma soprattutto la reazione della rete, dei gruppi che su facebook diventano coacervi di odio, autocompiacimento, pericoloso schermo davanti alla complessità della realtà. No, io non credo che questo non abbia a che fare con noi, con la politica generale, con la nostra autonomia, con il rischio che si trasformi in impermeabilità reciproca e che tutto questo rafforzi il potere che vive nella e della esclusività della partecipazione e dunque della democrazia. Evitare che politica diventi sinonimo di cosa da gente mediamente istruita, borghese al punto giusto, con reti relazionali che non escono dalla dimensione del centro, nella metropoli in forte distanza con le periferie, nel Paese, con la dimensione romana, bolognese, milanese, in apprezzamenti e commenti tra simili nei social network, tra “amici” e “amiche”, lontani dai ben, ahimè, più numerosi spargitori d’odio, a volte anche organizzati, di sicuro più di noi.

In un mondo in profonda e rapida trasformazione quello che si muove nel basso, nella maggioranza invisibile, nei e nelle “senza voce”, ha un profondo senso della politica di cui riappropriarsi: vive nelle solidarietà che si fa mutualismo, vive nel welfare che sostituisce quello statale che non c’è più o c’è sempre meno, vive nelle ragazze che scoprono o riscoprono la potenza del loro corpo. Pur non avendo il femminismo a dargli forza, voce e consapevolezza. Pur non essendo mai al riparo dai movimenti reazionari che sacrificano le conquiste di libertà sull’altare delle contraddizioni dei tempi moderni. Siano gli immigrati o l’aborto, sempre di scalpo della nostra storia si tratta.

La storia, le tradizioni, la memoria aiutano ma rischiano di essere una gabbia per i soggetti che combattono la conservazione. Servono strumenti nuovi da sperimentare, da usare, da rendere familiari e anche nuovi linguaggi e nuove pratiche.

È uno scontro duro con una realtà che va a diverse velocità, che spesso evidenzia il nostro essere ancora deboli e forse distanti, anche tra noi. Anche la politica generale lo è, tutta. Ma per noi è ancora più rischioso. Perché da questa lunga crisi, si può uscire in tanti modi e anche con o senza il nostro contributo di esperienze, di saperi, di pratiche, che più degli altri si sono misurate con il conflitto, senza temerlo, senza abdicare al primitivismo, ma con lo sguardo al futuro.

Il più grande limite della politica che ho conosciuto è il posizionamento nel presente, la preponderanza dell’io rispetto al noi, la rimozione, quella del femminismo e delle differenze innanzitutto. Nel mondo di oggi e in quello che dobbiamo pensare per il domani non può mancare il ribaltamento di queste cose. Contribuiremmo alla morte della politica, contribuiremmo alla costruzione dei muri. Possiamo invece e ancora, a partire proprio da quel “non una di meno”, prendere parola. Nessuno ce la concederà. Lo sappiamo. Nemmeno tra di noi.

 

 

 

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