C’è bisogno di un atto generativo

Oggi più che mai il corpo femminile è luogo e simbolo di ogni conflitto contemporaneo. E a sinistra se ne parla poco per pudore o per mancanza di riconoscimento. La politica è troppo occupata da altro per svelare i veri nodi su cui tante delle contraddizioni dei giorni nostri si consumano? Crediamo di si. I fatti di Colonia, il dibattito intorno alle stepchild adoption, i tagli al welfare, le disuguaglianze crescenti, tutto questo e non solo si gioca sul corpo delle donne. Ma la politica tutta e quella di sinistra con maggior colpevolezza evita di metterli in gioco, di partire da li, di proporre degli scarti ad un dibattito che sembra sempre più disancorato dalla realtà. Perché le donne così protagoniste nei movimenti sociali diventano collaterali nei movimenti più direttamente politici?

 

Li avete mai visti i dibattiti politici? Immagino di si. Uomini in giacca e cravatta che parlano con parole altisonanti e una calma serafica, tranne quando sono nei talk e hanno bisogno di urlare per diventare appetibili per lo share. Fanno i conti, parlano di bilanci, di guerre, a volte persino di pensioni e lavoro, ma non parlano alla vita vera, quella in carne ossa, alle ansie, alle frustrazioni, ai sensi di colpa, alla rassegnazione. A volte parlano alla rabbia, quello si, ma quella inconcludente.

 

Ricostruire, ricomporre, riunire sono i termini che più vengono utilizzati nel dibattito su la sinistra, soprattutto in questo paese. Invece io penso ci sia bisogno di un atto generativo, di una creazione, di un pensiero lungo che sappia cogliere le sfide del tempo presente, che sono molte e complicate e che non stanno negli schemi abituali in cui spesso la sinistra si è mossa sino a qui. Per questo abbiamo bisogno di un processo di soggettivizzazione a partire dai soggetti della trasformazione donne e giovani in primis che di questi tempi sono le vittime ma i potenziali veri interpreti di un cambiamento non solo evocato ma compiuto, fino in fondo. Per esempio dobbiamo dirci che oggi non esiste nessuna narrazione del mondo del lavoro senza il non lavoro, senza il tempo, senza la vita. Dobbiamo dirci che alle solitudini e alle frustrazioni non frega niente delle parole altisonanti e dei programmi belli. Serve politica, con la P maiuscola.

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