Le buche e il reddito di cittadinanza, ovvero il lavoro che non serve

Il dibattito post voto sulle misure di reddito d’inclusione, di dignità, di cittadinanza produce un certo effetto straniamento per la confusione, la sovrapposizione e in generale una certa impreparazione delle classi dirigenti variamente intese, davanti ad una misura che come spesso si sente dire è presente in tutta Europa ed è anzi uno dei pilastri di un modello di welfare capace di interpretare bisogni e desideri dell’epoca che stiamo attraversando, molto diversi rispetto anche a 20/30anni fa.

Nell’aprile del 2013, grazie ad un lavoro di TILT, Bin e 170 tra associazioni e movimenti consegnammo alla camera dei deputati, alla neo insediata Presidente Boldrini oltre 50000 firme su una proposta di legge di iniziativa popolare su cui inizialmente sembrava potessero convergere deputati di PD; SEL e M5S, una maggioranza possibile ma mai realizzata.

Ora, sono passati 5 anni, il M5S è stato votato come primo partito e il dibattito si sta incagliando ancora una volta su assistenzialismo e lavorismo. L’assistenzialismo categoria emblematica del Sud d’Italia dove secondo gli analisti milioni di cittadine e cittadine votano per poter avere i soldi per stare sul divano, un giovane e napoletano DiMaio si affretta a precisare che nessuno sarà sul divano con loro al governo e io da donna del Sud non posso che “avere un rigurgito…” di riscatto.

Non accetto questa narrazione sul Sud. Non accetto questa narrazione sul reddito. Non accetto la narrazione finto lavorista di certa sinistra. Dico finto lavorista perché spesso chi propone formule di lavoro coatto e inutile purchè si lavori, non conosce il lavoro oggi.

Matteo Renzi e il Pd, ma ahimè anche quelli più a sinistra, hanno fatto la campagna elettorale irridendo la proposta pentastellata, che nella sostanza è molto simile al reddito di inclusione varato dal governo Gentiloni, solo, in più allarga platea e risorse a disposizione. Cioè ci hanno raccontato di uno scontro di civiltà su presupposti culturali molto simili.

La verità è che l’evidenza empirica della necessità di uno strumento di reddito minimo garantito è sotto gli occhi di tutti ed inevasibile. Dall’altro lato altrettanto evidente risulta l’assenza di lavoro o meglio di lavoro dignitoso e qualificato. Ma su questo ahimè solo gli slogan chiariscono che tutti vogliono creare posti di lavoro, o poco di più. Il dramma è che quasi nessuno si rende conto che spesso il lavoro che c’è non serve, è un’inutile esercizio di coercizione su persone sempre meno libere di scegliere.

E qui arrivo alle buche: un adagio che spesso a sinistra mi sono trovata a contrastare è proprio quello che considera la supremazia del lavoro al punto di proporre di scavare le buche pur di impiegare la gente a riempirle.

Oggi, che le buche degli asfalti di mezza Italia rischiano di mandare in panne anche il sistema sanitario nazionale forse è il caso di evidenziare che il lavoro coatto, a mo’ di corvée per ripagare lo stato che dovrebbe erogare il reddito è una enorme trappola. Spesso, al Sud in modo particolare, le strade si sono rappezzate con asfalti di bassa qualità, lavoro sottopagato o in nero concesso in appalto sempre alle stesse ditte che vincevano gare al ribasso su qualità del lavoro e della dignità dei lavoratori.

Vogliamo davvero fare una nuova legge che obblighi le persone a sopperire alle assenze o alle devianze del sistema pubblico o vogliamo liberarle perché le loro energie possano essere esse stesse risorse messe a disposizione del pubblico?

Allora non sono le buche la soluzione ma un reddito minimo garantito vero, universale e senza obblighi di lavori non congrui con la persona e le sue peculiarità, che sono sicura non lascerà nessuno sul divano (perché sul divano spesso molti di noi lavorano scrivendo articoli per poche lire, facendo i professionisti da casa perché uno studio autonomo non ce lo possiamo permettere o peggio usando social network e tecnologie che fanno guadagnare molto i proprietari e nulla a noi che le animiamo).

Non di buche ma di autodeterminazione abbiamo bisogno oggi.

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