Un mondo a sesso unico

Per la mia generazione nata e cresciuta con la consapevolezza che tutto era possibile, che le battaglie delle nostre madri ci avevano regalato la possibilità di scegliere e autodeterminarsi, il femminismo è una scoperta della maturità. Quando inizi a capire che a scuola si continua a parlare e raccontare un mondo a “sesso unico” (quello maschile), quando cerchi un consultorio pubblico e non lo trovi, quando capisci che la 194 è sempre a rischio, dato il numero di medici obiettori e gli attacchi di certa politica e certi mondi ultracattolici, quando arriva una crisi per tutti e le donne la pagano il doppio, in termini economici, ma anche e soprattutto sociali. Ecco allora che il femminismo torna ad essere protagonista, nonostante tutto.

Femminismo per me è stata la scoperta della politica tout court. Associo a questa parola uno dei movimenti più importanti per la storia del mondo, ma anche per la mia personale, perché quando l’ho scoperto, la mia vita è cambiata. Credo di essere sempre stata femminista, ma di aver imparato a nominare tante cose dopo aver scoperto il femminismo. Con esso ho imparato per esempio che amavo la politica e l’idea che cambiare insieme è possibile e che non bisogna mai abituarsi a nulla che non corrisponde davvero ai nostri desideri. Quando ho iniziato a leggere e studiare e cercare notizie (che spesso i libri di storia non danno) sull’unico movimento veramente vincente degli anni settanta, mi sono immaginata una vera e propria damnatio memoriae ai danni di un genere quello femminile, che stava rivoluzionando un intero sistema di relazioni e di potere. Non volevo più tacere e non volevo più subire questo racconto pubblico. Agire la politica che avevo conosciuto sui libri, questo è stato per me il femminismo alle origini. Poi è diventata la pratica quotidiana di conflitto anche all’interno della politica di sinistra, quella in cui colloco il mio agire.

Amo definirmi femminista. Ma generalmente non amo le definizioni. Mi sono spesso sentita stretta in tante gabbie, anche banalmente l’essere ancora e nonostante i miei trent’anni, una ragazza. Certo capita raramente che qualcuno si domandi che vuol dire, oggi, essere femminista. Forse anche e soprattutto perché il termine non è diffuso nell’opinione pubblica o meglio non è connotato positivamente. In realtà, complice anche un modello di istruzione pubblica poco attento alle differenze, la definizione di femminista è finita con l’ingabbiare un nobilissimo slancio politico nel luogo comune della donna “incazzata sempre e comunque con l’altro sesso”. Le cose non stanno evidentemente così, ma nulla è stato fatto per ridare valore al termine e per spiegare le ragioni della teoria queer. Per me infatti queer è una prospettiva, uno sguardo sul mondo capace di evitare le gabbie delle etichette e delle categorie costruite da una società abituata ad un modello unico. Da uno sguardo queer (destrutturante) si può scegliere agevolmente se definirsi femministe (costituente) consapevoli di un impegno politico agito giorno per giorno. Purtroppo ancora oggi il bisogno di femminismo rimane intatto.

Appare chiaro infatti che un modello di società, di economia, di politica a “sesso unico”, non funziona più, manifesta ogni giorno le sue crepe evidenti e la crisi del maschile non ne è che l’ennesima riprova. Le violenze sulle donne, fino all’estremo dell’omicidio, sono sempre esistite. Un fenomeno diffuso da sempre, che oggi ha per fortuna un nome, femminicidio, che connota l’attacco di un genere a danno di un altro. Non solo per descrivere il fenomeno ma per combatterlo, utilizzando gli strumenti più idonei. Perché non c’entrano le classi sociali o le etnie, non c’entra l’amore e la passione, non c’entra la latitudine, il Nord o il Sud, le metropoli o i piccoli paesini, ma l’idea che ci sia un diritto di possesso sulle donne e che la solitudine sia un ottimo alleato di chi “possiede”, che le istituzioni e la politica non hanno fatto nulla per arginare il fenomeno e dare alle donne tutte strumenti per liberarsi, che la crisi, la precarietà, la frammentazione e la mancanza di alternative non fanno che metterci tutte a rischio, quotidianamente.

Articolo comparso sul numero 100 di Leggendaria del 2013, ripubblicato oggi in occasione della scomparsa di Bia Sarasini che era la curatrice del numero e a cui tanto era piaciuto. Ciao Bia.

Share on FacebookTweet about this on TwitterGoogle+Print this page